L’Ingv  ha scoperto  che sotto l’Appennino meridionale, in profondità, esiste una sorgente di magma che può generare terremoti “di magnitudo significativa” e più profondi rispetto a quelli finora registrati nell’area. Può interessare anche le Marche questo tipo di terremoti, e, in che misura posso no rappresentare un pericolo? Lo abbiamo chiesto al geologo Emanuele Tondi, responsabile della Sezione di Geologia della Scuola di Scienze e Tecnologie dell’Università di Camerino.

“Il fatto che vi siano intrusioni magmatiche al di sotto dell’Appennino non è una novità- spiega Tondi- In passato, geologicamente parlando, il magma è arrivato anche in superficie; colate di piccole dimensioni- continua il geologo- sono state registrate nell’Appennino umbro-laziale, come anche in Vulture e Basilicata dove sono presenti grossi vulcani. La novità è che è stato dimostrato che tali intrusioni magmatiche possono anche generare appunto terremoti profondi, sismi di origine vulcanica che in Appennino non erano noti, ma senza che nulla cambi per quanto riguarda la pericolosità sismica del nostro territorio. Parliamo comunque di terremoti profondi e diversi rispetto alla sequenza sismica dello scorso anno- precisa Tondi-; avvengono introno ai 20-25  chilometri di profondità. Come si ricorderà ve ne fu uno durante la sequenza sismica di Umbria –Marche nel 1998 ed è importante scoprire sempre la genesi di un sisma che può dipendere da sforzi tettonici o come è stato scoperto dall’INGV, anche da intrusioni magmatiche”.

C.C.

Le significative scosse di terremoto che, lo scorso 25 agosto, hanno avuto come epicentro la montagna di Santa Maria Maddalena, crocevia di un territorio ricompreso nei comuni di Caldarola, Cessapalombo, Camporotondo di Fiastrone, Belforte del Chienti, Serrapetrona, Valfornace, sono frutto, secondo il parere del geologo di Unicam Emanuele Tondi, studioso di terremoti e conoscitore del territorio per essere anche sindaco di Camportondo di Fiastrone, di uno "sciame sismico analogo a quello verificatosi nel 1936 che sul costruito dell’epoca - sono parole di Tondi" provocò danni simili o leggermente minori di quelli generati dai terremoti di fine ottobre 2016". Sull'argomento, stavolta sotto il profilo storico, è tornato Mauro Capenti, ex primo cittadino di Caldarola e profondo conoscitore della storia locale.

"Stando alle cronache del periodo - così Capenti - la sequenza sismica iniziò nel 1922 con una scossa di terremoto di magnitudo 5.0 della scala Richter, almeno secondo le stime. Il terremoto che, invece, viene ricondotto alla cosiddetta faglia di Caldarola iniziò il 12 settembre 1936 ed ebbe il suo apice il 9 dicembre dello stesso anno, terminando con un'altra forte scossa il 17 gennaio 1937, giorno di S. Antonio.

( nella foto si può notare l'epicentro del terremoto, che presumibilmente è sulla stessa faglia del 1936 )

epicentro

L'intensità fu stimata intorno al 7° grado della scala Mercalli, all'incirca corrispondente ad un 4.8 della Richter. In seguito a tale terremoto Caldarola fu classificato come comune a rischio sismico di secondo grado. Il sisma provocò un gran numero di sfollati che, costretti ad abbandonare le case danneggiate del centro storico, furono alloggiati in una sorta di baraccopoli istituita presso il Campo della Fiera, dove rimasero molti mesi. Anche il monastero di Santa Caterina, annesso al Castello Pallotta, fu danneggiato, così come le chiese del paese e diverse facciate dei palazzi che insistono sulla piazza e lungo il corso. Ci furono anche conseguenze dal punto di vista dello spopolamento con molte famiglie di artigiani che, persa la possibilità di lavorare nel paese di origine, si trasferirono a Tolentino dove i discendenti vivono ancora".   

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Dopo la scossa che nelle prime ore del mattino ha svegliato di soprassalto gli abitanti di Caldarola e dei comuni limitrofi la terra è tornata ancora a tremare nel pomeriggio. Alle 17.33 un'altra violenta scossa di terremoto di magnitudo 3.5 ha interessato lo stesso epicentro nella zona di Santa Maria Maddalena. Grande spavento fra gli abitanti che sono usciti di casa, mentre il sindaco ha subito attivato la Protezione Civile locale per allestire un dormitorio di emergenza dal momento che in molti hanno già deciso di passare la notte fuori dalla propria abitazione. Secondo il geologo Emanuele Tondi si tratterebbe di uno sciame sismico analogo a quello verificatosi nel 1936 che sul costruito dell’epoca provocò danni simili o leggermente minori di quelli generati dai terremoti di fine ottobre 2016. Ma la gente, stremata da un sisma che sembra non avere fine, continua a vivere nella paura.

 

Ancora una scossa di terremoto nel maceratese. Alle 5.44 di questo venerdì 25 agosto la terra è tornata a tremare facendo tornare lo spavento tra la popolazione. L'epicentro del sisma è stato localizzato ancora una volta nella zona di S. Maria Maddalena territorio a cavallo fra i comuni di Caldarola, Cessapalombo, Camporotondo di Fiastrone, Belforte del Chienti, Serrapetrona, Valfornace. Secondo i dati forniti dall'INGV il sisma ha avuto ipocentro a 8 chilometri di profondità ed ha avuto una magnitudo di 3.3 della scala Richter. Molte persone sono state svegliate di soprassalto dalla scossa, anche se al momento, nonostante il rinnovarsi della paura, non si segnalano fortunatamente danni agli edifici nè alle persone. Altre due scosse di entità più lieve si sono susseguite a breve distanza di tempo sempre con epicentro nella stessa zona, la più intensa delle quali di magnitudo 2.5.


Di seguito le precisazioni del geologo di Unicam Emanuele Tondi
 
Non è il primo terremoto che si verifica in questa zona. Terremoti locali di modesta magnitudo (stimata tra 4,5 e 5,0) si sono verificati nel 1921 e 1936. Terremoti generati da faglie piccole (1000 volte più piccole di quella del Monte Vettore-Monte Bove), che non arrivano in superficie e di cui l’Italia è piena. A Caldarola e nei Comuni vicini, i danni provocati dagli eventi del 1921 e 1936, sul costruito dell’epoca, sono stati simili o leggermente minori di quelli generati dai terremoti di fine ottobre 2016. Diverso il discorso del terremoto del 1799, con un’area epicentrale non ben definita e con danni notevoli avvenuti in un’area ampia che da Sarnano, a sud, si estende fino a San Severino, a nord e a Camerino ad ovest. Anche in questo caso, il terremoto è stato generato da più faglie minori, ripetuti eventi che nel complesso hanno generato danni diffusi e poche, pochissime, vittime. 
Precisiamo che non c’è mai stato un vulcano a Caldarola. A Garrufo (tra Caldarola e Camporotondo) ci sono fenomeni geologici, tipo vulcanelli di fango e sinkhole (buche), legati alla circolazione delle acque sotterranee.
Considerazione personale: poiché le accelerazioni al suolo legate ai forti eventi dei mesi scorsi hanno raggiunto quelle massime possibili per l’area, almeno sulla base della Carta di Pericolosità Sismica nazionale, gli edifici attualmente agibili e non danneggiati non devono temere l’occorrenza di eventuali (ma speriamo comunque di no) terremoti generati da piccole faglie locali. 

(Nella foto in basso il luogo dell'epicentro zona boschiva. 4 chilometri di distanza dal centro di Caldarola, la località è la zona di Santa Maria Maddalena ).  

epicentro

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