Notizie religiose nelle Marche

Un duro colpo dal sisma del 24 agosto per l’arcidiocesi di Camerino San Severino Marche. Gran parte delle chiese sono inagibili e i danni subìti sono maggiori rispetto a quelli del terremoto del 1997. Molti degli edifici sacri, in seguito a quelle scosse, erano già stati restaurati. Prima in Italia, l’arcidiocesi ha attivato da pochi giorni una Unità di Crisi diocesana per il controllo e salvaguardia dei suoi beni..

“ Il bilancio degli effetti di questo sisma -afferma l’architetto Luca Maria Cristini direttore dell'Ufficio beni culturali dell'arcidiocesi -è davvero disastroso. Abbiamo avuto danni gravissimi

Stiamo lavorando di stretto controllo e contatto con l'unità di crisi regionale attivata all'interno del Ministero dei Beni Culturali nel segretariato marchigiano, dove siede, in qualità di rappresentante di tutte le diocesi, il prof. Giuseppe Cucco”.

“C’è da dire – spiega l’architetto - che la nostra diocesi è stata la prima in Italia ad attivare una Unità di Crisi che vede presenti l'arcivescovo Brugnaro, me come direttore dell'ufficio beni culturali, i direttori dei musei e gli archivi delle biblioteche, il prof. Pierluigi Falaschi direttore unico della Rete museale, tutti i vicari (per cui tutto il territorio diocesano è rappresentato in questo tavolo di lavoro), più tre docenti universitari che l'arcivescovo ha individuato come esperti di materie ingegneristiche e architettoniche e di aspetti geologici legati alle fondazioni. L’unità di crisi (che prevede al suo interno anche l’economo e il vicario generale in assenza dell’arcivescovo con funzione di coordinamento), avrà il ruolo di gestire tutta la raccolta delle segnalazioni di danno, di stabilire un dialogo permanente con l’Unità di Crisi regionale e, con essa, pianificare sia il rilevamento del danno, che ogni altra opera provvisionale di emergenza, per la messa in sicurezza che dovesse rivelarsi necessaria. A questo proposito- sottolinea Cristini- segnalo tre interventi di coordinamento già effettuati. Di questi, in primo luogo, un sopralluogo effettuato nella chiesa di santa Maria in via a Camerino, dove in realtà ci aspettavamo una risposta maggiore dei lavori effettuati dopo il sisma del 1997 direttamente dalla Sovrintendenza sull’edificio che invece si è dimostrato gravemente danneggiato e ovviamente inagibile. Un altro intervento – continua il direttore Cristini- ci ha permesso a Torricchio, in una chiesa del comune di Pievetorina, di far regredire l’ordinanza di abbattimento del campanile che il comune aveva già notificato e che la Sovrintendenza ha chiesto di revocare immediatamente, e, impegnandosi nel più breve tempo possibile a inviare sul posto delle squadre per mettere in sicurezza il campanile. Ultimo intervento, ha riguardato il caso eclatante del Museo di Visso, ospitato nella chiesa di sant’Agostino e su cui grava la spada di Damocle del pesante e gigantesco campanile a vela che rischia di crollare sopra la stanza nella quale sono conservate le preziosissime oreficerie che provengono dalla Collegiata di Visso e dal Santuario di Macereto. All’interno del museo sono anche conservati i celeberrimi manoscritti leopardiani, compresa la più toccante lirica del poeta di Recanati che è l’Infinito. Quindi adesso, come prima, cosa verrà fatto un intervento sul campanile per mettere in sicurezza l’edificio e la zona”

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Mercoledì, 31 Agosto 2016 17:25

Carlo Maria Martini, profeta del novecento

Quattro anni fa non solo la Chiesa, ma l'Italia intera ha perso un grande uomo: Carlo Maria Martini, cardinale arcivescovo di Milano da molti definito il profeta del ’900.

Arcivescovo Francesco Giovanni Brugnaro chi ha conosciuto meglio di lei questo grande uomo del ’900?

Sì, è una conoscenza molto antica, dal 1972 fino alla sua morte. Ricordo con grande commozione il giorno prima e il giorno del suo passaggio quando ci aveva detto; “nel momento in cui la mia percezione del mondo esterno e di voi si perderà, accanto a me leggete la parola di Dio, pregate l’Ave Maria, soccorretemi”. Gli abbiamo tenuto la mano fino all’ultimo istante. In quel momento mi sono venuti in mente tantissimi momenti importanti. Per me il mio discernimento vocazionale per il sacerdozio. Nei riguardi di lui la discrezione con cui ha saputo introdurmi nel mondo clericale e nel mondo della Chiesa, le opportunità che mi ha offerto di conoscere tantissime persone e soprattutto la comunione che ho potuto vivere in Milano dopo l’ordinazione sacerdotale, quando sono tornato da Roma dopo aver studiato nel pontificio seminario lombardo. L’avevo visto alla fine di luglio e poi mi ha chiamato due giorni prima di morire dicendo che si andava affievolendo. Ho affidato al Signore la sua anima con tanta gratitudine, soprattutto perché è stato un uomo che mi ha insegnato la speranza, un uomo che mi ha insegnato a guardare sempre oltre, un uomo che mi ha insegnato che la parola di Dio è il fondamento di una autentica fede capace di essere stabile e dinamica come la Parola. Stabile perché non cambia mai l’amore di Dio per noi, ma dinamica perché sa adattarsi ad ogni situazione umana non per lasciare l’umano come era prima, ma per trasformarlo in quella risurrezione su cui è fondata la fede cristiana. E ricordo che Martini ha fatto la tesi di laurea sulla risurrezione.

 

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Al di là dell’emozione di quello che lei ha provato, in molti oggi ricordano le profezie di Martini e nel “Corriere della sera”, in un titolo grande, c’è scritto “Lanciò l’allarme dell’Islam”.

Ero presente anche io nel 1990 sia all’omelia fatta alla città e alla regione durante i vespri del 6 dicembre sia all’omelia fatta il giorno dopo, il 7, giorno della festa di sant’Ambrogio. Il cardinale ha avuto davanti l’esperienza forte dell’Islam e l’ha proposta ai cittadini con una serie di considerazioni che sono estremamente attente, attuali, puntuali e anche direi preoccupate, non tanto per forme che possono in maniera riduzionistica far pensare a conflitti di civiltà quanto invece per una autentica comprensione reciproca di che cos’è la fede cristiana e di che cos’è che anima la civiltà e la fede islamica. Il cardinale ha avuto parole di grande attenzione per coloro che arrivavano nei nostri paesi. Il giorno dopo, però, ha aggiunto una parola in più: la parola della reciprocità. Non si tratta, cioè, solo di comprendersi, di conoscersi, ma bisogna porsi in rapporto di reciprocità. Noi cristiani europei abbiamo dovuto faticare molto per conquistare il concetto di reciprocità dopo le guerre della fine del ’500, le guerre dei cento anni, le guerre di religione. La reciprocità, però, è un principio di cultura importante che anche l’Islam, secondo Martini, deve incominciare ad adottare. Concedere, quindi, ai cristiani e alla cultura cristiana di esprimersi nei paesi dove anche i cristiani di antica data sono minorità e permettere loro di esprimere quello che i cittadini islamici, arrivando nei nostri paesi, chiedono come cittadinanza, come accoglienza, come criterio su cui fondare la loro nuova cittadinanza in Italia e in Europa, insegnando anche ai loro figli a convivere in maniera feconda nel mondo cristiano, un mondo nel quale loro si sentono minoranza.

Eccellenza, il cardinale Martini le ha mai confidato se soffriva per le accuse, all'interno della Chiesa, di essere troppo progressista negli anni ’90?

Credo che il dono che lo Spirito Santo ha fatto a p. Carlo Maria sia stato di vivere anche nella solitudine più profonda. E’ una solitudine direi crocifissa per amore. Come Gesù muore in croce per amore, così p. Carlo Maria in certi momenti di responsabilità grande si sentiva solo e penso che fosse anche, lo dico in maniera impropria, quella partecipazione alla croce o quello scotto che il profeta paga in prima persona per essere un profeta autentico. Chi non è profeta fa pagare agli altri con la novità o le parole che dice. Il profeta sappiamo che è colui che parla nel nome di Dio, al posto di Dio e dice il parere di Dio sul tempo di oggi. Quindi anche lui ne porta le conseguenze come i grandi profeti dell’Antico Testamento e i santi profeti nella storia della Chiesa.

Un uomo da imitare?

Sì, oltre che da imitare un uomo da mettersi davanti. A volte noi mettiamo da parte i modelli, li consumiamo, magari pensiamo di diventare come loro e allora di non averne più bisogno. Ritengo, invece, che il modello cristianamente inteso sia un modello che mi dice sempre di andare oltre, di superare il limite, di guardare oltre la siepe. Penso al messaggio leopardiano dell' “oltre la siepe”. Chi pensa che il mondo sia finito entro la siepe evidentemente ha una visione che non è quella del mondo. Ora, un uomo di cultura, non solo biblica, come Martini, un cristiano autentico, un sacerdote, per di più formato secondo l’antica tradizione della compagnia di Gesù, è un uomo che ha sempre guardato oltre. Quindi ha cercato di tenere sempre, per forza dello Spirito Santo, gli occhi mai cisposi come quelli di Mosè, che, pur non entrando nella Terra Santa perché anche lui ha mancato di fede come il popolo, è stato condotto da Dio sul monte Nebo. E, come dice la descrizione della morte di Mosè nel libro dei numeri, l’occhio di Mosè, che pure aveva 120 anni, era nitido perché poteva, nella profondità della distanza, osservare quella terra che Dio ha dato successivamente al popolo. E Mosè vide da lontano la terra promessa. Ecco chi è un profeta. Colui che, nonostante le stanchezze, le sue povertà e le sue stesse debolezze, di fatto mette tutto al servizio dello Spirito che sa trasformare anche le debolezze in pregio messo a servizio di questa capacità di vedere oltre, di veder lontano, di essere in questo davvero sale e luce della terra.

E’ per questo che Martini ha scelto di vivere alcuni anni nella Terra Santa?

Sì, la parte finale della sua vita. Il suo desiderio era anche quello di essere sepolto vicino al suo padre spirituale nella parte di cimitero che è in Gerusalemme, perché diceva che da lì si poteva vedere la risurrezione alla fine del mondo oppure essere pronti alla squillo delle trombe del giudizio universale a presentarsi di fronte al Signore che avrebbe giudicato il mondo proprio vicino a padre Mollà che è stato a lungo suo padre spirituale.

 

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Torna il 19-­20­-21 agosto l'appuntamento con il D.P. Fest giunto quest'anno alla 7° edizione.

La suggetsiva location è quella del Castello della Rancia di Tolentino, S.S. 77 uscita Tolentino –

Zona industriale.

Il D.P. Fest è un Festival che atttraverso la preghiera, testimonianze e musica vuole trasmettere la

gioia di vivere il messaggio del Vangelo accompagnati da Maria.

Il tema di quest'anno è preso dal Vangelo di Giovanni: "Li amò fino alla fine".

Si parte venerdì 19 con l'Adorazione della croce, meditata da Fra Roberto De Luca, Direttore

Spirituale del Festival. Seguiranno balli danze e spaghetti a volontà gratis per tutti.

Sabato 20 saranno con noi i 15 rifugiati che Papa Francesco ha voluto con sé all'udienza del 22

giugno 2016. A seguire l'Adorazione eucaristica di Padre Massimo Giustozzo.

Domenica 21 da non perdere la Santa Messa officiata da S.E.R. Mons. Nazzareno Marconi,

Vescovo della Diocesi di Macerata, Tolentino, Recanati, Cingoli, Treia. Dopo cena la

testimonianza della cantautrice Debora Vezzani e musica, balli e danze fino a notte fonda.

Tre giorni in cui prendere una pausa dal quotidiano e approfittarne per approfondire o ritrovare la

fede.

Possibilità di confessioni, presenti le telecamere dell'emittente Maria Vision di Loreto (An).

Parcheggio gratuito, entrata libera, funzioneranno stand gastronomici, bar, servizio di baby sitter.

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Mercoledì, 03 Agosto 2016 17:53

La chiamata "gioiosa" di suor Divina

Martedì 2 agosto, nella comunità delle Sorelle Missionarie dell’Amore di Cristo, Suor Divina Gadiane ha emesso i suoi primi voti religiosi di castità, povertà e obbedienza, nella cappellina del Seminario San Paolo in San Severino dove la comunità risiede; la celebrazione, presieduta dal nostro Arcivescovo Francesco Giovanni Brugnaro, è stato un momento di grande gioia per tutta la comunità e in particolare per Suor Divina che con la sua giovane età ed entusiasmo ha dato testimonianza che è bello ed è possibile donare al Signore la propria vita in una forma come quella religiosa che spesso fa paura ai giovani perché sembra che tolga qualcosa alla propria felicità; ma invece, come diceva il Vangelo scelto per tale celebrazione, il Signore dà cento volte tanto e la vita eterna a chi avrà lasciato tutto per Lui. L’Arcivescovo ha ricordato a Suor Divina che nel vivere la sua vocazione deve continuare a dare fiducia a chi l’accompagna, alla Comunità a cui ha promesso obbedienza, agli eventi, alle persone a cui si donerà, fidarsi perché possa ogni giorno discernere la volontà di Dio nella sua vita. Inoltre ha ricordato la particolarità del vivere da consacrata nel diventare madre non in un contesto particolare che è quello familiare, ma in un modo che abbraccia tutti sentendoli propri figli. Hanno condiviso questo momento di preghiera e di festa le persone più strette a Suor Divina e in particolare i giovani dell’Azione Cattolica con cui, in questi anni di formazione, la neo professa ha vissuto le prime esperienze di apostolato; e poi anche alcuni giovani che in questi giorni hanno condiviso insieme la Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia. È stato un momento veramente commovente soprattutto alla lettura della professione dei voti, la commozione di Suor Divina non hanno fatto trattenere le lacrime di gioia di tutti i partecipanti; trovarsi oggi di fronte a una giovane ragazza che con il suo entusiasmo desidera spendersi totalmente per il Signore in questa forma di vita, lascia nel cuore dei giovani ammirazione ma anche una domanda sulla possibilità reale che il Signore ancora oggi chiama e che potrebbe essere per tutti tale chiamata. “Un primo passo nella vita consacrata al termine di un lungo cammino – le parole di suor Divina – Ringrazio il Signore per aver messo sulla mia strada persone che mi hanno assistito e accompagnato lungo la strada. Le mie sono state lacrime di commozione, ma soprattutto di gioia”. Le Sorelle Smac ringraziano il Signore perché Suor Divina è un dono per loro ma anche per tutta la Chiesa e in particolare quella locale diocesana dove la neoprofessa sarà chiamata a portare l’Amore di Cristo nella loro forma specifica che è quella della comunione e condivisione. “Ringraziamo il Signore per il dono di Divina – così la madre superiora suor Nanda – un fiore sbocciato tra i nostri bambini. Una delle prime ad entrare nella nostra casa di accoglienza nelle Filippine, Divina è cresciuta con noi per poi fare la sua scelta di consacrazione”.

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